Giornata degli internati italiani nei lager tedeschi 1943-1945

L’Assemblea legislativa dell’Umbria ha ricordato le vicende dei tanti soldati italiani internati nei lager tedeschi durante il secondo conflitto mondiale. Essi scelsero in gran parte di dire no alla proposta di collaborazione con milizie fasciste e naziste, che avrebbe loro consentito di poter tornare a casa, condannandosi a un biennio di sofferenze e fatiche dal quale in molti non ne uscirono vivi. All’incontro con l’associazione Anei (Associazione nazionale ex internati nei lager nazisti) hanno preso parte la presidente dell’Assemblea, Sarah Bistocchi, e la consigliera del Partito democratico Letizia Michelini. L’inquadramento storico è stato fornito dal professor Alberto Stramaccioni, presidente dell’Isuc

Data:

25 Set 2026 11:59

Tempo di lettura:

7 minuti, 10 secondi

(Acs) Perugia, 25 settembre 2026 – Si è tenuto nella sala Partecipazione di palazzo Cesaroni, un incontro per celebrare la “Giornata degli internati italiani nei lager tedeschi”. La giornata è stata indetta per la prima volta lo scorso anno il 20 settembre, data della ricorrenza, che quest’anno è caduta di domenica. L’Assemblea legislativa ha dedicato quindi il pomeriggio di mercoledì scorso alla condivisione dei temi e delle memorie legate alla vicenda degli internati nella Seconda guerra mondiale, in collaborazione con l’Anei (Associazione nazionale ex internati).


“Furono circa 800mila – ha ricordato il presidente umbro dell’Associazione Marco Terzetti - gli italiani deportati dopo l’8 settembre 1943: circa 630mila, di cui 30mila ufficiali, espressero un no deciso alla collaborazione coi nazifascisti e finirono per due anni nei lager. 50mila di loro sono deceduti durante la prigionia nei lager, 50mila morirono dopo, per le conseguenze fisiche e psicologiche del conflitto, 12mila erano umbri. Erano nati e cresciuti durante l’epoca fascista ma scelsero un’altra strada. Per decenni tutto questo è stato ignorato o minimizzato. Questi numeri raccontano la grandezza di un ‘NO’ che appartiene pienamente alla resistenza, rappresenta una prima presa di coscienza democratica per un’ampia parte della generazione dei nativi fascisti. Eppure la loro storia è ancora poco conosciuta. Migliaia di figli e nipoti ignorano tuttora la resistenza senza armi compiuta dai loro padri, nonni e zii. L’Associazione nazionale degli ex internati nei lager nazisti nacque già nel 1945, quando alcuni ufficiali, ancora prigionieri, decisero di unirsi per affrontare il ritorno in patria. La sezione di Perugia dell’Anei è stata riattivata nel 2017 grazie anche all’impegno dei tanti figli di internati, determinati a custodire la memoria dei loro familiari. Oggi contiamo 110 soci e abbiamo realizzato da allora oltre 150 iniziative nelle scuole e sul territorio”.

Il professor Alberto Stramaccioni, presidente dell’Isuc (Istituto di storia dell’Umbria contemporanea) ha inquadrato per i presenti il momento storico degli anni fra il 1943 e il 1945 in cui il grande protagonista delle vicende è stato l’esercito italiano: “prima ha combattuto al fianco dell’esercito tedesco in Africa, in Russia e nei Balcani. Hitler non voleva nemmeno ma Mussolini mandò 100mila alpini e poi ancora altrettanti, ne sono tornati solo 50 mila. La fuga del re e di Badoglio, la notte fra l’8 e il 9 settembre 1943, senza lasciare nemmeno ordini, lasciò l’esercito italiano privo di una direzione precisa. Tutti i soldati sui vari fronti di guerra non sapevano cosa fare, per cosa combattere. Alcuni hanno preferito soluzioni individuali per salvarsi la vita. I soldati del Terzo Reich discesi in Italia consideravano gli italiani dei traditori per aver firmato l’armistizio. Non c’era più lo stato maggiore dell’esercito, un milione di soldati si ritrovarono in balia di comandanti e ufficiali sul posto. Una situazione disperata, nessun esercito si è trovato nelle condizioni dell’esercito italiano fra il ‘43 e il ‘45. Una parte notevole dell’esercito decise di non continuare la guerra a fianco dei tedeschi e di combattere. Molti degli ufficiali che riuscirono a tornare in Italia divennero comandanti delle brigate partigiane. Su 1 milione di soldati italiani solo 197mila aderirono alla Repubblica sociale. Altri morirono sui bombardamenti, migliaia di soldati furono affondati in mare con le navi. Una parte però si alleò con gli americani, che risalivano dalla Sicilia. Vennero umiliati anche dagli americani, vennero chiamati non alleati ma cobelligeranti, e di loro non si fidavano più di tanto. Li mandarono in prima linea. Furono 600mila o più quelli che furono arrestati e deportati nei campi di concentramento perché non vollero continuare a combattere. La Repubblica sociale di Mussolini non ha fatto niente per riportarli a casa anzi, non furono neanche trattati da prigionieri di guerra, uno stato in cui avrebbero potuto evitare trattamenti schiavistici, ma furono messi nella condizione di internati, così che l’esercito tedesco potè disporne per lavori massacranti in condizioni disumane, con razioni di cibo volutamente insufficienti e senza vestiti e coperte adeguate per sfuggire al freddo. Nessuno ha mai pagato per il loro lavoro in miniera, nelle costruzioni edili e nei conflitti dove vennero impiegati come carne da macello. Morirono in 50mila. Erano considerati dai tedeschi come dei traditori e quando tornarono in patria non furono visti come eroi. Ci sono anche circa 300mila soldati italiani diventati prigionieri degli americani, soprattutto in Africa. Vennero deportati e poi sfruttati nel lavoro, deportati in Kenia, in India, In Africa equatoriale. Questa dimensione così rilevante degli internati ci ha mostrato le caratteristiche effettive dell’esercito italiano: a stento ubbidivano e non riuscivano del tutto a comprendere il conflitto. Erano ragazzi dei primi due decenni del secolo scorso, cresciuti nel periodo che ha portato al fascismo. Ma poi hanno scelto di dire no alla sudditanza con i tedeschi. Oggi è giusto tener conto che quelli che hanno fatto questa scelta non hanno avuto l’accoglienza che meritavano al ritorno e hanno trovato invece diffidenza e nemmeno i soldi che sarebbe stato giusto avere per il lavoro svolto da oltre mezzo milione di lavoratori italiani che hanno costruito anche case, strade, lavorato in miniera. Eroi silenziosi che meritano il rispetto di tutti noi”.

Nel suo intervento, la presidente dell’Assemblea legislativa Sarah Bistocchi ha voluto ricordare che “più di 600mila persone scelsero la prigionia per non collaborare con il Terzo Reich: hanno scelto da che parte stare, non dalla parte degli oppressori ma della libertà e della pace, anche se questo ha significato per loro sofferenze, fatica e privazioni. La storia si ripete e anche oggi ci sono momenti in cui, a fronte dei conflitti di cui non teniamo più conto, si deve scegliere da che parte stare. L’associazione degli ex internati, le loro testimonianze e i ricordi possono aiutarci a capire qual è la scelta giusta da fare. Questo esempio di coraggio e di non indifferenza è importante per le generazioni dei giovani di oggi e di quelli che verranno. È importante custodire il passato e i principi giusti da perseguire: pace, tolleranza, giustizia e libertà”.

Per la consigliera Letizia Michelini (PD) “è importante la custodia della memoria e il fatto che una sede come questa, l’Assemblea legislativa, sia aperta a questo tipo di incontri. La scelta ci deve interrogare sul senso della libertà: gli internati si sono trovati privi della libertà, lontano da casa e degli affetti. Sono loro che ci ricordano in questi momenti di riflessione, di coscienza collettiva di un Paese e anche della dimensione più intima che ci sono padri, fratelli e mariti che non sono tornati a casa e le loro famiglie sono diventate custodi di questa importante memoria”.
 

Toccanti le testimonianze riportate nel corso dell’incontro: per Pierino Monaldi, orfano di guerra, “questa giornata era doverosa. Mio padre fu richiamato nel ‘41 nei Balcani. Mia mamma rimase vedova a 25 anni. Le spoglie di mio padre furono poi riportate in Italia perché, a differenza di altri che furono gettati in fosse comuni, i suoi compagni fecero in modo che lui avesse una tomba, con nome e date. Sono stato fortunato, rispetto a tanti altri. Vorrei che fosse data importanza anche al ruolo delle vedove, che hanno tribolato e sono state trattate malissimo ”.

Luigino Ciotti ha scritto un libro sulla vicenda di suo padre, “I campi di Tullio” (suo padre), un testo che assieme ad altri, scritti dai figli degli internati militari italiani, contribuisce a fare luce su una zona grigia della storia italiana. Nel volume egli intervista il genitore e sente affermare con forza: “no alla guerra e no al fascismo”. Tullio Ciotti fu deportato con un viaggio durato cinque giorni insieme a una massa di altri internati stipati nei vagoni bestiame, senza finestre, senza bagni, tutti in piedi e costretti a svolgere le proprie funzioni fisiologiche defecando e urinando sul pavimento del vagone. In quel viaggio orribile gli internati furono nutriti con un uovo al giorno, null’altro. Durante la permanenza nei campi furono trattati da schiavi, malnutriti nonostante lavorassero anche 12 ore al giorno. Tullio fu punito per avere raccolto da terra alcune bucce di patate, per lui non uno scarto ma cibo migliore del poco che veniva distribuito. Fu picchiato e dovette rigettarle in terra, senza poterle mangiare. Tutti avrebbero potuto tornare a casa aderendo alla Repubblica di Salò ma, come detto, solo una minoranza lo fece. Infine, Ciotti ha rivolto un appello alle istituzioni: “la legge 211/2000, istituita per ricordare la Shoa e la vicenda degli internati è arrivata 55 anni dopo la fine della guerra, ma ancora una volta gli internati furono un aspetto secondario, anche in quel testo di legge, rispetto al dramma degli Ebrei, e i protagonisti di quella vicenda erano ormai quasi tutti morti, quindi ci sono voluti altri 7 anni per le medaglie consegnate ai figli, che orgogliosamente le mostrano ad ogni occasione di confronto; la Regione promuova una indagine seria sui vari Comuni per raccogliere le notizie su tutti gli internati che, come si è visto, sono stati molti. Si mettano altri monumenti a ricordo sul territorio, si intitolino vie e strade agli internati militari. Nel Comune di San Giustino ho scovato le testimonianze di 126 internati militari, attraverso le lettere inviate ai familiari, che non furono mai spedite, solo ultimamente è stato fatto”. PG/

Ultimo aggiornamento: 25/09/2026