Regione Umbria - Assemblea legislativa


“Progetto ‘Social Sculpture, Spazio al Desiderio’ finanziato sul Bando Welfare culturale 2024 (PR FESR 2021-2027), verifica di coerenza con le finalità del bando, solidarietà alle forze dell’ordine e iniziative conseguenti”

In sintesi

L’Assemblea respinge una mozione di Laura Pernazza e Andrea Romizi (FI)

(Acs) Perugia, 10 settembre 2026 – L’Assemblea legislativa dell’Umbria ha respinto (12 voti contrari-8 favorevoli) una mozione promossa dai consiglieri di Forza Italia, Laura Pernazza (primo firmatario) e Andrea Romizi concernente il “Progetto ‘Social Sculpture, Spazio al Desiderio’ finanziato sul Bando Welfare culturale 2024 (POR FESR 2021-2027)” attraverso la quale miravano ad impegnare la Giunta Regionale alla “verifica di coerenza con le finalità del bando, solidarietà alle forze dell’ordine e iniziative conseguenti”.

Nello specifico, attraverso questo atto di indirizzo si chiedeva all’Esecutivo regionale di “esprimere piena solidarietà e vicinanza alle donne e agli uomini delle forze dell’ordine, per il servizio quotidiano reso a garanzia della sicurezza, della legalità e della libertà dei cittadini; a verificare, per il tramite di Sviluppumbria S.p.A., se il progetto ammesso a contributo prevedesse effettivamente le attività poi svolte; a subordinare l’erogazione e la liquidazione del contributo all’esito positivo di tali verifiche e, in caso di difformità rispetto alle finalità e ai requisiti del Bando, a valutare la sospensione, la decurtazione o la revoca del contributo ai sensi dell’Avviso; ad attivarsi presso il Comune di Perugia e la società di gestione del Minimetrò affinché sia valutata la rimozione dei contenuti collocati negli spazi pubblici e nella stazione, in quanto percepiti come lesivi del rispetto dovuto alle forze dell’ordine e diffusi in luogo frequentato da minori; a definire, per le future annualità del Bando, adeguati criteri e controlli sugli esiti pubblici dei progetti finanziati, a garanzia della coerenza con le finalità del welfare culturale”.

Illustrando l’atto, Pernazza ha in apertura evidenziato come la mozione sia già stata all’ordine del giorno del precedente Consiglio regionale, ma che non è stata discussa per mancanza del numero legale “a causa dell’uscita dall’Aula dei consiglieri di maggioranza” e che quindi “può sembrare tardiva” rispetto al contenuto. “Con il “Bando per il sostegno di progetti nel settore del Welfare culturale – anno 2024” (PR FESR 2021-2027, Priorità 1, OS 1.3, Azione 1.3.4), gestito da Sviluppumbria S.p.A. quale Organismo Intermedio – ha spiegato Pernazza -, è stato ammesso a contributo, primo in graduatoria, il progetto ‘Social Sculpture, Spazio al Desiderio. Percorsi di benessere culturale per giovani generazioni’ per un contributo pubblico di 49mila euro, pari al massimo erogabile dal bando. La graduatoria è stata approvata con Determinazione dell’Amministratore Unico di Sviluppumbria a novembre 2025 e successivo scorrimento a giugno 2026. Il Bando destina il sostegno a progetti e iniziative culturali da svolgersi presso case di riposo/RSA, case circondariali e istituti penitenziari, comunità terapeutiche, residenze protette, centri diurni per persone con disabilità, case famiglia e reparti ospedalieri, e richiede requisiti specifici, tra cui l’accordo con uno o più titolari di musei non statali, la presenza in staff di operatori con qualifica professionale in Arteterapie e la destinazione a soggetti svantaggiati o in situazione di vulnerabilità. Tra gli esiti pubblici del progetto vi è stata una campagna di affissioni collocata in spazi cittadini e presso la stazione Pincetto del Minimetrò, luogo quotidianamente frequentato anche da studenti e minori; alcuni dei contenuti diffusi sono stati percepiti come lesivi del rispetto dovuto alle forze dell’ordine”.Interventi:


Interventi:

Fabrizio Ricci (Avs): “Provo a fare una ricostruzione: c’è un bando sul welfare culturale, finanziato con risorse europee del FESR, che finanzia progetti che mettano in relazione adolescenti, artiste e artisti e istituzioni culturali, promuovendo il protagonismo dei giovani e contrastando l’esclusione sociale con i linguaggi dell’arte. Il bando finanzia progetti e iniziative culturali, anche innovativi e di sperimentazione artistica, senza limiti rispetto alle forme e ai linguaggi di espressione e produzione culturale con particolare riguardo a metodi e approcci non convenzionali. C’è una cooperativa, che si chiama Densa che lavora da anni in un contesto periferico per creare spazi di ascolto e socializzazione per giovani, accogliendo settimanalmente tanti minori e supportandoli nello sviluppo di competenze, combattendo la povertà educativa, offrendo aiuto compiti, eccetera. Questa cooperativa partecipa al bando con un progetto, ‘Social Sculpture – Spazio al Desiderio’, che è al suo secondo anno, coinvolge adolescenti umbri in attività culturali realizzate con il contributo di artisti, arteterapeuti, musicoterapeuti e psicologi. L’obiettivo è promuovere il protagonismo attivo dei giovani negli spazi culturali e museali della regione. Dentro questo progetto, che è molto ampio e fatto di tante attività, c’è anche un laboratorio affidato ad un’artista milanese indipendente, attraverso il quale una ventina di ragazzi e ragazze tra i 17 e i 21 anni vengono chiamati e chiamate a dire la loro sulla relazione tra corpo e spazio pubblico attraverso la messa nero su bianco dei loro pensieri. Ne scaturiscono ottanta frasi. Frasi che parlano di soldi, di consumo, di solitudine, di rapporto con i genitori, di violenza sulle donne, di razzismo, di scuola. Tre di quelle ottanta frasi riguardavano le forze dell’ordine. E su tre frasi su ottanta, scritte da ragazzi di diciassette anni, si è concentrata tutta l’attenzione. Sulle altre 77, silenzio. Quindi non si sta chiedendo una verifica sul progetto, ma si chiede di rimettere in discussione un finanziamento pubblico perché il risultato di un laboratorio, piccola parte del progetto complessivo, non è piaciuto. Io vorrei che ci pensassimo tutti perché il precedente che si crea non riguarda una cooperativa di Perugia. Riguarda ogni associazione, ogni scuola, ogni cooperativa sociale, ogni impresa culturale che in Umbria lavora con risorse pubbliche. Da domani non dovranno chiedersi soltanto se il proprio lavoro è fatto bene, dovranno chiedersi se il risultato sarà gradito. Questa non è tutela delle istituzioni, è esattamente il contrario. E veniamo alle frasi: una dice: ‘Quando incontro una persona in divisa, paura. Non so perché, paura’. Non so perché. È lì che sta tutto. Non nella parola ‘paura’, che è quella comoda per fare polemica. Nel ‘non so perché’. Un ragazzo dice che prova qualcosa e che non riesce a spiegarselo. Davanti a una cosa così un’istituzione può indignarsi, oppure può chiedersi il motivo. Io penso molto sinceramente che la seconda sia l’unica risposta all’altezza di quest’Aula. E penso che sia soprattutto la risposta di chi ha davvero a cuore le forze dell’ordine, perché la fiducia in chi garantisce la sicurezza è un bene pubblico. Si costruisce, si misura, e si può perdere. E non serve guardare a quello che sta facendo l’ICE di Trump in Minnesota per accorgersene. Basta guardare a Bologna, alla morte di Abderrahim Fakir mentre era bloccato a terra. Sulla dinamica indagherà la magistratura e non tocca certo a noi emettere sentenze, ma sarebbe grave che un’Assemblea legislativa facesse finta che quella vicenda non abbia posto una domanda a questo Paese. Se vogliamo fare qualcosa di utile per le donne e gli uomini delle forze dell’ordine, parliamo di organici, di formazione, di turni, di condizioni di lavoro, di strumenti che tutelano anche l’agente quando qualcosa va storto. Su questo AVS c’è, siamo pronti da subito ed in prima linea. Ma la solidarietà non si costruisce aprendo un’istruttoria su una cooperativa sociale e zittendo una diciassettenne. La cooperativa e l’artista, del resto, hanno proposto una cosa interessante: un confronto pubblico, in presenza, per l’autunno, che coinvolga i ragazzi, il terzo settore, il mondo della cultura, le istituzioni e chi le forze dell’ordine le rappresenta. Invito le colleghe e i colleghi che siedono in quest’Aula, a partire dai firmatari della mozione, a raccogliere quell’invito. Si potrebbe cominciare da lì. Faccio mie le parole della sindaca di Perugia, Vittoria Ferdinandi: ‘una comunità adulta non ha paura delle domande dei propri ragazzi: le ascolta, le accompagna, le trasforma in occasioni di crescita. E lavora ogni giorno perché la fiducia nelle istituzioni, nelle forze dell’ordine e nella comunità non venga pretesa, ma costruita’”.

Nilo Arcudi (Tp-Uc): “Nella mia esperienza amministrativa ricordo quando andavamo nelle scuole e ci confrontavamo con i ragazzi, un’esperienza importante che permette di capire meglio la prospettiva su cui lavorare. La vicenda di cui stiamo parlando ha scosso la città di Perugia, è stata oggetto di discussione e di posizioni articolate, ma anche di preoccupazione. Condivido la mozione perché dobbiamo evitare che i sentimenti, le percezioni, le sensibilità più complesse e profonde possano essere oggetto di strumentalizzazione politica. Tutta la comunicazione che deriva dal confronto con i ragazzi è coerente con l’approccio ideologico e culturale della cooperativa che ha vinto la gara. Coerente con lo stile della stessa comunicazione. Cose che venivano dette negli anni dalla cooperativa sono state poi espresse in maniera simbolica nei manifesti. Le forze dell’ordine garantiscono la tutela di una comunità, fanno sempre rispettare la legge e rappresentano una garanzia per tutti. Se poi c’è qualcuno anche nelle forze dell’ordine, come potrebbe esserci in altri ambiti, politica compresa, che non rispetta il suo ruolo se ne dovrà assumere la responsabilità. Ma questa ambiguità che si cerca di far passare che ci sono forze dell’ordine che vanno a picchiare i manifestanti non è esatto e non è giusto. Le forze dell’ordine, in Italia rappresentano una garanzia di democrazia, diritto e legalità. Quando si danno certi messaggi e noi non siamo chiari nell’affrontare il conseguente dibattito emerge una situazione che mette a rischio la consapevolezza con cui i ragazzi dovranno maturare il loro percorso di vita. La domanda è: il progetto in questione è legittimo? E quale coerenza c’è tra i messaggi espressi e la storia culturale ed ideologica della cooperativa che ha fatto il progetto? Emerge un orientamento culturale attraverso un messaggio politico e questo non si può fare con i soldi pubblici.

Cristian Betti (Pd): “Non posso negare che quando ho visto i manifesti sono rimasto interdetto e perplesso. La prima reazione che ho avuto è stata quella di attenzione e perplessità. Poi nel momento in cui siamo andati a verificare ed approfondire il tutto è emerso un altro tipo di situazione che ha annullato la perplessità iniziale. Ricostruendo la storia e la genesi del progetto ho capito quali erano gli intenti veri, come ha poi spiegato anche la Sindaca di Perugia. Dobbiamo tenere in forte considerazione il disagio delle fasce adolescenziali, ragazzi fragili con slanci e difficoltà. Immaginiamo cosa può avere scaturito il Covid, la guerra, i bombardamenti che arrivano alle loro menti senza avere strumenti adeguati per affrontare queste situazioni. Il disagio giovanile va affrontato senza mettere la testa sotto la sabbia. Lo spirito con il quale è stato portato avanti il progetto ha fatto emergere le difficoltà che albergano nelle giovani generazioni e questo può aiutarci a trovare i giusti strumenti per poter intervenire concretamente verso i loro disagi e fragilità”.

Francesco De Rebotti (Pd- intervento nella veste di consigliere regionale): “Non conosco la vicenda e quindi parto da zero. L’intervento di Fabrizio Ricci ha deforestato tutto il contesto lasciando l’immagine di una ragazzina che ha espresso una paura ancestrale, che fa parte di un contesto in cui se gli adolescenti si esprimessero con sincerità emergerebbero diverse paure ancestrali, per la guerra, per il clima, eccetera che rientra anche all’interno di esperienze vissute. Poi crescendo, questo tipo di paure si trasformano, in genere, in rispetto e conoscenza. Quelle costruite su questa vicenda sono sovrastrutture e del tutto inutili. Se c’è una cosa da prendere è la risposta per accompagnare questi giovani nella conoscenza, nella consapevolezza della realtà del mondo delle forze dell’ordine, tutti i giorni impegnati nelle strade, nelle piazze, negli uffici, a lavorare per la comunità, raccontare e fare incontrare queste due realtà. Quale migliore idea di creare un confronto, che è un inizio di conoscenza e di superamento della paura. Mi chiedo come si fa a trasformare una ragazzina di 17 anni, che esprime una preoccupazione, quasi in un individuo che lancia un sasso verso le forze dell’ordine”.

Tommaso Bori (assessore regionale): “Vorrei innanzitutto ricondurre questa discussione ai fatti, chiarendo sia gli aspetti amministrativi sia il significato del progetto oggetto della mozione. ‘Social Sculpture. Spazio al desiderio’ è un progetto di welfare culturale promosso dalla Cooperativa Sociale Densa nell’ambito di una più ampia programmazione. È un percorso articolato, giunto alla sua seconda edizione, che ha coinvolto in due anni più di cinquanta adolescenti e giovani, mettendoli in relazione con artisti, curatori, performer, danzatori e arteterapeuti. Non si esaurisce, dunque, nei manifesti di cui oggi discutiamo. Comprende laboratori, percorsi performativi, attività di arteterapia, pratiche di autorappresentazione e momenti di confronto realizzati in numerosi musei e luoghi della cultura umbri. Coinvolge scuole, servizi sociali, servizi sanitari, associazioni e realtà che lavorano con giovani in condizioni di fragilità, disabilità, isolamento o vulnerabilità sociale. È utile chiarire anche il profilo economico. Il progetto rientra in un intervento più ampio dedicato al welfare culturale e prevede una quota di finanziamento pubblico e una quota obbligatoria di cofinanziamento a carico del beneficiario. Non siamo quindi di fronte a manifesti commissionati dalla Giunta regionale, né a contenuti selezionati o approvati politicamente dalla Regione. La Regione valuta la coerenza generale del progetto rispetto alle finalità del bando, la correttezza delle procedure e la regolarità della rendicontazione. Non esercita, e non deve esercitare, un controllo preventivo sulle espressioni che emergono da un laboratorio artistico e partecipativo. Rispetto al merito politico della vicenda, i manifesti sono l’esito di un laboratorio condotto dall’artista Sara Leghissa con quindici ragazze e ragazzi di Perugia e della provincia. Il lavoro era concepito come un'autoinchiesta sulla percezione del potere e del pericolo nello spazio urbano. Le conversazioni hanno attraversato temi come il desiderio, il privilegio, la paura, la possibilità di abitare liberamente lo spazio pubblico e il modo diverso in cui i corpi possono sentirsi sicuri o esposti nella città. Le frasi non sono slogan scritti dall’artista, dalla cooperativa o dalla Regione. Sono parole emerse dalle conversazioni con gli adolescenti. Sono stati gli stessi ragazzi e le stesse ragazze, attraverso un processo di confronto e mediazione tra pari, a scegliere quali portare nello spazio pubblico. Questo elemento è essenziale. Il manifesto contestato non afferma che tutte le forze dell’ordine debbano incutere paura. Riporta il vissuto di una ragazza che ha dichiarato di provare paura quando incontra una persona in divisa, aggiungendo di non saperne indicare con precisione la ragione. Possiamo trovare quella frase ingiusta. Possiamo non riconoscerci in quella percezione. Possiamo ritenere che generalizzi o che non restituisca il valore del lavoro quotidiano svolto dalle donne e dagli uomini delle forze dell’ordine. Ma la risposta della politica non può essere quella di negare che quel sentimento esista o di stigmatizzare chi lo ha espresso. Quando un’adolescente manifesta una paura, il nostro compito non è dirle che non ha il diritto di provarla. Il nostro compito è ascoltare, comprendere da quali esperienze, racconti o distanze quella paura derivi e creare le condizioni perché possa essere elaborata. Ascoltare non significa approvare. Dare rappresentazione a una percezione non significa trasformarla in verità assoluta. E rendere visibile un disagio non equivale a oltraggiare un’istituzione. Il rispetto per le forze dell’ordine è pieno e non è in discussione. Conosciamo la complessità del loro lavoro, il servizio che svolgono ogni giorno e la responsabilità che assumono nella tutela della sicurezza e della convivenza civile. Ma proprio perché crediamo nella forza delle istituzioni democratiche, non pensiamo che esse debbano essere difese cancellando le parole che le interrogano. Un’istituzione autorevole sa confrontarsi anche con le paure, con le critiche e con le contraddizioni che attraversano la società. Il progetto parte da un dato preoccupante: molti giovani si sentono esclusi dalla società, pur dichiarando di voler partecipare e contribuire alla vita collettiva. Il welfare culturale prova a ridurre questa distanza, riconoscendo ai giovani non soltanto il diritto di essere destinatari delle politiche pubbliche, ma anche quello di produrre immaginari, formulare domande e prendere parola. La scelta di portare alcune di queste parole fuori dalle stanze del laboratorio e del museo risponde proprio alla volontà di consegnarle alla città, evitando che il confronto restasse confinato tra addetti ai lavori. Ciò non impedisce una discussione critica. Al contrario, la rende necessaria. Proprio per questo il progetto prevede, al termine del percorso, anche un tavolo pubblico dedicato all’ascolto dei giovani e alla loro presenza nello spazio pubblico, coinvolgendo politica, terzo settore, associazioni giovanili, cultura e istituzioni. Questa ci sembra la strada corretta: non rimuovere il disagio, non trasformarlo in un caso propagandistico, ma costruire occasioni di confronto tra giovani, istituzioni e forze dell’ordine. La mozione, invece, propone una lettura riduttiva dell’intero progetto, isola una frase dal percorso in cui è nata e la trasforma in una dichiarazione politica attribuibile alla cooperativa e, indirettamente, alla Regione. È una rappresentazione che non corrisponde né alla natura del progetto né alle modalità con cui quei contenuti sono stati prodotti. Non riteniamo che si difenda il prestigio delle forze dell’ordine mettendo sotto accusa un laboratorio con adolescenti. Non riteniamo che si rafforzino le istituzioni censurando una percezione scomoda. Non riteniamo che il compito della Regione sia decidere preventivamente quali paure possano essere raccontate e quali debbano restare invisibili. Il compito della politica è più difficile: ascoltare anche ciò che disturba, distinguere tra una testimonianza e un’accusa generalizzata e trasformare una distanza in un’occasione di dialogo. Per queste ragioni, ribadendo il pieno rispetto della Giunta regionale per le donne e gli uomini delle forze dell’ordine e per la funzione essenziale che svolgono nelle nostre comunità, esprimiamo la nostra contrarietà al dispositivo della mozione”.

Replica relatrice atto, Laura Pernazza: “Lei (rivolta all’assessore Bori) sta strumentalizzando politicamente questa mozione che chiedeva due cose: di verificare effettivamente se i soldi pubblici sono stati spesi in conformità alla finalità del bando di Sviluppumbria e di esprimere solidarietà alle forze dell’ordine. Registriamo che nulla si evince rispetto al fatto che i soldi pubblici devono essere spesi bene. Quindi se i soldi pubblici, tra cui anche i miei, devono andare a finanziare questo tipo di ‘arte’ non sono spesi bene. Verificare come si è svolto questo laboratorio, le modalità con cui si è realizzato e concretizzato sarebbe stato nel rispetto della verifica e del controllo che spetta a chi amministra ed utilizza risorse pubbliche”. AS


Source URL: http://consiglio.regione.umbria.it/informazione/notizie/comunicati/progetto-social-sculpture-spazio-al-desiderio-finanziato-sul-bando

List of links present in page