QT 8 “Riprogrammazione del PR Umbria FSE+ 2021-2027. Drastica riduzione delle risorse destinate alla formazione continua dei lavoratori, alle politiche attive del lavoro e al potenziamento dei servizi per l'impiego”
A Laura Pernazza (FI) e Donatella Tesei (Lega) risponde l’assessore Tommaso Bori: “Quando ci siamo insediati abbiamo trovato un programma FSE+ con un livello di attuazione estremamente basso, in un anno abbiamo totalmente invertito la tendenza”
(Acs) Perugia, 19 febbraio 2026 – Nella parte riservata al Question time della seduta consiliare odierna, i consiglieri Laura Pernazza (FI-prima firmataria) e Donatella Tesei (Lega) hanno chiesto all’assessore Tommaso Bori informazioni rispetto alla “Riprogrammazione del PR Umbria FSE+ 2021-2027. Drastica riduzione delle risorse destinate alla formazione continua dei lavoratori, alle politiche attive del lavoro e al potenziamento dei servizi per l'impiego”.
Illustrando l’atto, Pernazza ha spiegato che “con questa interrogazione mettiamo in discussione non una semplice variazione tecnica, ma scelte che impatteranno sullo sviluppo economico dell'Umbria nei prossimi anni. L'Agenzia Umbria Ricerche è chiara: il declino demografico non è più una tendenza, è un vincolo strutturale. Entro il 2035 il solo fattore demografico può ridurre in modo significativo il nostro PIL. La risposta è altrettanto chiara: aumentare la produttività del lavoro, non c'è altra strada. Il bollettino Excelsior di Unioncamere ci dice che il 53% delle imprese umbre dichiara gravi difficoltà nel reperire i profili necessari, ben sopra la media nazionale del 45,7%. Lo stesso ci dice che le imprese umbre prevedono quasi 70.000 nuove assunzioni nell'anno. Il lavoro c'è, ma emerge un problema forte di reperimento dei profili e di allineamento tra competenze richieste e competenze disponibili. Le imprese chiedono competenze tecniche, digitali, capacità di innovare, automatizzare e la quota dei laureati richiesta si ferma intorno al 9%, sotto la media nazionale del 13%. La domanda dei laureati non assorbe in modo proporzionale questa offerta, privilegiando i percorsi tecnici. Questo significa che il nostro sistema produttivo ha bisogno di personale formato, professionalizzato, aggiornato, non solo di incentivi all'occupazione. E allora la domanda è semplice: come si aumenta la produttività se si riducono proprio le risorse destinate alla formazione, all'aggiornamento e alla qualificazione? Con questa delibera di giunta, a parità di dotazione di 289 milioni, si spostano risorse massicce dalle politiche per la competitività delle imprese verso misure redistributive: Formazione continua dei lavoratori: tagliata del 68%; Corsi per transizione digitale e industriale: eliminati totalmente; Centri per l'impiego, fondi: tagliati del 55%; Arpal: perde 28 milioni, il 30,4% della propria dotazione; Misure di upskilling e reskilling, formazione delle imprese e formazione dell'apprendistato: azzerate. Tirocini extracurricolari: ridotti da 5 a 4 milioni. Apprendistato professionalizzante: azzerato, un milione in meno. La formazione diventa uno strumento residuale, non strategico. Le aziende saranno costrette a fare da sole e in più, ricordiamolo, dovranno sostenere una tassazione che ridurrà ulteriormente la loro liquidità. Dove vanno le risorse? Le risorse vengono sottratte, spostate su misure che, seppur apprezzabili, sollevano interrogativi seri. Borse di studio universitarie: più 13 milioni. Un incremento massiccio verso l'Adisu che però non affronta il vero problema del nostro sistema produttivo, la carenza di figure professionali e tecniche intermedie. Trasporto scolastico universitario: più 10 milioni, una nuova azione. Il principio è condivisibile, ma riguarda accessibilità e sostenibilità ambientale. Ma il rischio concreto è quello di contributi a pioggia, senza selettività, come dice la relazione, finanziati sottraendo risorse alle imprese. Un sistema quindi che presenta un problema di fondo: la mancanza di correlazione tra politiche attive del lavoro e politiche sociali. Il quadro è chiaro: un programma europeo che nasce per investire sulle persone e sulla loro capacità di stare nel mercato del lavoro, viene piegato ad una logica diversa: più trasferimenti, meno investimenti, più bonus, meno competenze. Il sussidio è immediato, l'investimento in competenze è strutturale. Il primo attenua un problema, il secondo genera sviluppo, produttività, crescite stabili. Chiediamo quindi alla giunta: se c'è la volontà di rivedere questa delibera e se ritenga necessario riconsiderare l'entità dei tagli, in particolare ci riferiamo a quelli della formazione... tagli che riducono gli investimenti in capitale umano proprio mentre tutti i dati indicano che la produttività e la qualità del lavoro sono l'unica risposta al declino della nostra regione”.
L’assessore Tommaso Bori ha risposto che: “L’interrogazione consente di chiarire l’impostazione che la Giunta sta seguendo rispetto alla riprogrammazione del Fondo sociale europeo (Fse+) per gli anni 2021-2027. Ci sono però prima degli antefatti da ricordare. Quando si è insediata la nuova Giunta – a gennaio 2025 – abbiamo trovato un programma Fse+ con un livello di attuazione estremamente basso: appena 6 milioni di euro certificati, a fronte di un target di 39 milioni di euro da raggiungere entro fine 2025 e 89 milioni di euro entro l’anno 2026. La Commissione europea aveva infatti posto la Regione Umbria in “sorveglianza rafforzata”, ritenendo a rischio il raggiungimento degli obiettivi, in particolare su politiche per l’occupazione e centri per l’impiego. In un anno il nuovo governo regionale ha totalmente invertito la tendenza. È stato attivato un monitoraggio rafforzato interno che ha consentito di superare già a novembre il target per l’anno 2025, evitando la perdita delle risorse. La Giunta che ci ha preceduto ha omesso completamente di finanziare le politiche del lavoro, a esclusione di un modestissimo cofinanziamento regionale di circa 720mila euro nell’anno 2024, ovvero il 18 percento di un budget totale di appena 4 milioni di euro destinati agli incentivi alle assunzioni. Per il resto, gli investimenti cofinanziati erano pari a zero. Sottolineiamo zero. Appena insediati abbiamo garantito il cofinanziamento regionale dell’intero programma fino a fine ciclo, mettendo in sicurezza una programmazione che era stata esposta a seri rischi. Lo ribadisco ancora una volta. Se non avessimo assicurato in sede di assestamento il cofinanziamento regionale dell’Fse+ con 28 milioni di euro, inesistenti nel bilancio di previsione approvato dalla precedente Amministrazione, non avremmo potuto attivare 155 milioni di euro di investimenti nel sociale, nella formazione, nell’istruzione e nelle politiche attive del lavoro. Risorse che saranno destinate a obiettivi decisivi per il tessuto socio economico come il diritto allo studio, gli incentivi alle assunzioni, la formazione e riqualificazione professionale e la marginalità sociale. Abbiamo costruito una riprogrammazione fondata su alcuni criteri: la capacità reale di attuazione; la risposta ai fabbisogni del territorio; l’integrazione del Fse+ con le ultime risorse nazionali del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), per evitare sovrapposizioni o sprechi. Sulle politiche del lavoro abbiamo inoltre integrato le risorse Fse+ con il “Programma Gol” del Pnrr, dove l’Umbria è terza in Italia per performance: garantiremo così circa 18 milioni di euro tra economie riassegnate e nuove assegnazioni, a valere sulle risorse del Pnrr. Questo grazie al recupero straordinario dell’Agenzia regionale per le politiche attive del lavoro (Arpal) maturato nel corso del 2025. Abbiamo inoltre raddoppiato la dotazione degli incentivi all’assunzione nel Fse+, portandola da 10 a oltre 20 milioni di euro. Sulla formazione continua, abbiamo scelto una programmazione coerente con le importanti risorse nazionali già disponibili – come il “Fondo Nuove Competenze” – mantenendo flessibilità per eventuali ulteriori interventi qualora se ne manifestasse la necessità. Mi soffermo infine sull’accusa di aver privilegiato misure “assistenziali”. Investire in asili nido o nella conciliazione dei tempi di lavoro per aumentare l’occupazione femminile è da considerarsi assistenzialismo? Dal nostro punto di vista certamente no. Così come non è assistenzialismo rafforzare il diritto allo studio per i capaci e meritevoli, sostenere le famiglie nelle spese di trasporto pubblico e investire in progetti di vita indipendente per persone con disabilità. Questa Giunta ha fatto scelte strutturali: ridurre gli interventi frammentati “a domanda” in favore di maggiori investimenti sull’offerta di servizi, sul capitale umano e sulla competitività di medio-lungo periodo. Le decisioni assunte sono state condivise con il partenariato anche durante il Comitato di sorveglianza di novembre 2025. Sono scelte fatte nell’esclusivo interesse del territorio umbro, con l’obiettivo di utilizzare tutte le risorse disponibili — europee, nazionali e regionali — per rafforzare il sistema economico e sociale della nostra regione. Continueremo a monitorare l’attuazione e, se necessario, interverremo ancora, sempre con una logica di responsabilità e condivisione.
“Nella replica, Pernazza ha detto che “mi piacerebbe sapere se l'assessore De Rebotti ha condiviso le scelte di questa delibera di Giunta di riprogrammazione. Mi risulta che all’Umbria sono state date anche delle premialità, come precedente governo regionale, perché sono stati raggiunti i target. Nella mia interrogazione ho detto esattamente il contrario di quanto lei afferma rispetto ai laureati. Per il cofinanziamento le ricordo che avete a disposizione 188 milioni derivanti dalla tassazione che avete previsto per gli umbri. Vorrei far notare alcuni strumenti che in questa riprogrammazione sono stati penalizzati e che contraddicono profondamente le parole dell’assessore: occupazione femminile e il gender pay gap è stato ridotto dell'80%, portato da 5 milioni a un milione. Tagliare 4 milioni su queste misure dà un segnale politico grave, soprattutto da parte di una Giunta che si fa difensore delle pari opportunità. Bene 7,2 milioni in più sulla disabilità. Andiamo però a vedere dove sono stati invece ridotti i fondi: Percorsi di inserimento lavorativo per le persone con disabilità: 3 milioni di meno, azzerati. Il SAL perde 900 mila euro; i centri estivi per minori perdono 547 mila euro; il supporto alla domiciliarità nelle zone sociali perde 1,8 milioni di euro; il progetto sullo sviluppo della lingua LIS, la lingua dei segni: azzerato, 300 mila euro di meno. Sugli affidi familiari tagliati oltre un milione di euro; Sui detenuti smentito clamorosamente quello che avevamo detto: praticamente tagliati 1,29 milioni sul loro reinserimento lavorativo”. AS